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Martina: Si può stare in minoranza nel partito senza essere antagonisti su ogni cosa

Martina

(Intervista di Mario Ajello per Il Messaggero – 03.06.15)

Maurizio Martina, ministro delle Politiche Agricole, dopo questi dati elettorali il Pd – a cominciare dal segretario quale tipo di riflessione dovrebbe fare?

«Gli elettori ci chiedono più Pd e non meno Pd. Ci chiedono più cambiamento e non meno cambiamento. Se guardo il 5 a 2 dentro lo scenario europeo, questa è una vittoria importante. Il Pd si conferma uno dei soggetti politici più forti nel Continente. E lo dico pensando alle ultime elezioni spagnole, ma anche a tutti i passaggi di medio termine dalla Germania all’Inghilterra, dove i partiti di governo hanno sofferto moltissimo».

Ma il Pd non ha perso due milioni di voti?

«I flussi elettorali vanno analizzati bene. Non sottovalutiamo nulla. Per me, da questo passaggio emerge la convinzione di accelerare sul cambiamento. Bisogna alzare la posta del nostro riformismo».

Va coinvolta di più la sinistra del Pd, da parte di Renzi?

«Il Pd deve interpretare fino in fondo la sua sfida unitaria e plurale. Questa leadership è la più forte che abbiamo. E se siamo arrivati a questi risultati, prima alle elezioni europee e ora in questa consultazione nelle regioni e in migliaia di comuni, è anche perchè nel Pd c’è una leadership che è patrimonio di tutto un partito. E non appartiene soltanto al destino personale di uno di noi. E’ chiaro che, al Pd, non serve certo un pensiero unico. Ma non serve neanche un partito tafazziano, che si divide su tutto».

 

Non avete vinto come ci si aspettava, perchè avete litigato troppo?

«In Liguria, non ha vinto Toti. Ha perso il Pd che si è diviso. Quando tu partecipi alle primarie, le perdi e poi esci, è chiaro che salta il banco».

Non dovrebbe essere più inclusivo Renzi? 

«Si deve riflettere su come l’unità e la pluralità debbano stare insieme. Ma questa è una domanda che interroga tutti. Non soltanto il segretario. Io sono della minoranza Pd, non ho votato Renzi al congresso, ma dico: si può essere minoranza nel nostro partito, senza essere antagonisti in ogni passaggio».

La riforma della scuola, ora che arriva in Senato, scatenerà altre guerre intestine?

«Mi auguro proprio di no. E sono convinto che questa riforma possa fare passi avanti, nel solco del lavoro che il governo ha proposto. Dobbiamo tutti renderci conto che si tratta di un cambiamento di grande portata storica, nel mondo della scuola, quello che stiamo costruendo e che in questa sfida si misura molto della nostra capacità di innovazione politica e culturale».

E quanto a Rosy Bindi, è tra chi non capisce la forza di innovazione del Pd e l’ha voluto penalizzare tramite la baraonda della black list pre-elettorale?

«Non voglio personalizzare. Ho trovato sbagliato nel merito e nel metodo quel passaggio della scorsa settimana».

Lunedì che cosa si aspetta dalla direzione del Pd?

«Mi aspetto un incontro franco. Che definisca un’agenda d’impegni e che faccia capire che abbiamo un’enorme responsabilità di cambiamento. E quando dico che abbiamo un di più di responsabilità, penso per esempio al Sud. Dove oggi noi governiamo tutte le regioni e quella è la parte di Paese che maggiormente deve essere rilanciata e particolarmente domanda un progetto che la aiuti a crescere».

Ma Vincenzo De Luca è un’espressione del nuovo Mezzogiorno, secondo lei?

«E’ l’espressione del voto dei campani. Così come lo sono Emiliano in Puglia o Oliverio in Calabria».

Lei, che è un uomo del Nord, come spiega l’insuccesso in Veneto?

«Noi dobbiamo comprendere che, quando diciamo Pd forza di cambiamento, ci sono partite aperte e cruciali, a cui corrispondere. Penso a due in particolare: la riforma fiscale e il nuovo regionalismo. Sono temi su cui dobbiamo rilanciare in maniera forte, rispondendo a domande di cambiamento che vengono dai cittadini. E’ venuto il momento ad esempio di discutere su un regionalismo avanzato, che assegni funzioni chiare e riduca però il numero delle regioni».

Per tornare alle battaglie interne al suo partito, non crede che come nuovo capogruppo alla Camera – dopo le turbolente dimissioni di Roberto Speranza, della sinistra Pd – servirebbe anche adesso un personaggio non strettamente renziano, per svelenire il clima?

«Tocca al segretario fare una proposta. E ci sono tutte le condizioni perchè sia una proposta unitaria e aperta. Dobbiamo essere consapevoli – e lo ripeto per l’ennesima volta – che unità e pluralità possono stare insieme».