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Il progetto

PER L'ITALIA DI DOMANI

Il nostro compito è cambiare l'Italia. Il Partito democratico è nato per questo e l'esperienza di Governo in cui siamo impegnati, pur nella difficile coabitazione con forze politiche diverse, non è una parentesi o una variabile indipendente, ma l'occasione imprescindibile per fare le cose che da troppo tempo il Paese aspetta.

Rimettere in moto l'economia sostenendo le imprese che creano ricchezza per il Paese, grandi e piccole, e assicurare più diritti e opportunità a chi nella crisi ha pagato il prezzo più alto, a partire da lavoratori, pensionati, giovani e donne, è la prima questione. Lo sforzo intrapreso per aumentare le buste paga; le risorse liberate a sostegno degli investimenti pubblici, cominciando dall'edilizia scolastica e dal contrasto al dissesto idrogeologico: sono tutte misure tese a costruire nuova e buona occupazione per un Paese che vuole tornare a crescere. Su ciascuno di questi interventi non è mai mancata la nostra proposta. Dal jobs act alla riforma della scuola in corso, i provvedimenti sono migliorati col nostro contributo, anche se non abbiamo ottenuto tutti i cambiamenti che avremmo voluto: abbiamo lavorato per rispondere alle sollecitazioni delle parti sociali, per arginare le spinte regressive della destra e per rafforzare invece gli elementi di innovazione ed equità su ogni provvedimento. Come non è mai mancato il nostro contributo, nel lavoro parlamentare, così non è mai venuta meno la nostra responsabilità nell'approvazione dei provvedimenti, assicurando l'unità del Pd e il sostegno al Governo anche nei passaggi più delicati e difficili.

 

Le riforme istituzionali sono state e saranno un banco di prova importante, da questo punto di vista. Noi riteniamo che il Paese abbia bisogno di quelle riforme di sistema di cui da troppi anni parla ma che poi non realizza. Il prezzo che l'Italia ha pagato a queste mancate riforme è altissimo: un assetto istituzionale sempre meno capace di reagire e rispondere alle sollecitazioni e ai bisogni della società ha finito per screditare e corrompere il rapporto tra la politica e i cittadini, alimentando spinte antidemocratiche che hanno di volta in volta assunto i tratti autoreferenziali della tecnocrazia o quelli degenerativi del populismo. Le riforme istituzionali, per noi, sono questo: la necessità di ridare funzione, forza e dignità alla politica e alla pubblica amministrazione, l'urgenza di rigenerare la democrazia e la coesione della comunità nazionale. La nuova legge elettorale e la riforma costituzionale in corso debbono rispondere a questa esigenza primaria. Per questa ragione abbiamo corretto e votato a favore dell'Italicum, come intendiamo migliorare e approvare la riforma costituzionale e continuare la nostra battaglia sui temi del lavoro e delle pensioni.

Lavoro e democrazia erano le parole d'ordine con cui ci presentammo agli elettori nel 2013 e sono quelle su cui si giocherà il successo non solo di questa legislatura e del Governo a guida Pd, ma dell'Italia e dell'Europa. O il cambiamento in cui siamo impegnati sarà capace di ricreare sviluppo e lavoro, partecipazione e democrazia, o saranno il Paese e il vecchio continente a soccombere sotto i colpi di una crisi di sistema e dei pifferai del fallimento che ne annunciano l'arrivo, lucrando consenso sulle paure e la disgregazione.

Nella crisi l'Europa ha dato il peggio di sé, tradendo la sua stessa ragion d'essere. Per questa strada, fatta di vincoli burocratici e rigore finanziario, tecnocrazie ed egoismi nazionali, si rischia davvero il fallimento del grande progetto che per sessanta anni ne ha animato la crescita.

Cambiare l'Europa è dunque indispensabile. Occorre un'agenda profondamente alternativa che abbia come motore l'integrazione e la crescita economica, la giustizia sociale a la democrazia per i cittadini europei, il rilancio degli investimenti. Noi contrapponiamo un progetto di Stati Uniti d'Europa per lo sviluppo, la giustizia e i diritti contro il fallimento del disegno conservatore, che ci consegna oggi una vecchia Europa di piccole patrie, tecnocratica e distante, matrigna verso i suoi popoli, egoista verso i disperati che bussano alle sue porte, sorda e impotente verso le tante crisi internazionali che minacciano la pace globale.

Il Pd è ancora un partito giovane: da un lato pieno di vitalità e potenzialità, capace come si è visto di catturare consenso e attenzione anche in strati dell'elettorato fino ad oggi distanti; dall'altro oggettivamente fragile sia nella sua identità che nella sua costituzione, con evidenti limiti sia nell'adesione che nel radicamento territoriale.

Discutere di partiti è per noi discutere di democrazia, come dice la nostra Costituzione. Un partito è per noi un progetto di società, e una comunità di donne e di uomini che si associano per affermare i propri valori e la propria visione del mondo. Se un partito smette di essere queste due cose non è più tale ed esaurisce la sua funzione democratica. Un partito sta nella società, tenta di comprenderla, ne rappresenta le istanze, si relaziona con i corpi intermedi e le mille forme di rappresentanza di oggi, cerca e attua soluzioni, non è il luogo chiuso di una eterna lotta interna. Per questa ragione occorre investire sia sul Pd, sia su una ricostruzione di sistema.

Le difficoltà che abbiamo registrato nelle ultime tornate elettorali regionali e locali dimostrano come una funzione di questo tipo non possa essere svolta da un partito di opinione né essere assolta solo da una leadership carismatica. Quest'ultima, nella società liquida e della comunicazione, svolge una funzione essenziale, imprescindibile, ma non esaustiva. La costruzione di una classe dirigente, locale e nazionale, la progettualità colta che scaturisce da valori condivisi e da un'elaborazione non occasionale, il finanziamento trasparente e democratico di un'organizzazione che vive 365 giorni l'anno e, soprattutto, la democrazia interna di un'organizzazione, pretendono un partito vero, idoneo negli strumenti al tempo presente, capace di rigenerarsi quotidianamente. Noi crediamo che sia urgente reimpegnarci in uno sforzo generoso di costruzione del partito a tutti i livelli.

Anche in sede europea serve un vero partito della sinistra, capace di interpretare le sfide di questo tempo con un progetto istituzionale, politico e sociale davvero innovativo e alternativo ai binari morti su cui l'Ue si è arenata. Un progetto all'altezza della crisi politica ed economica in corso, che non sopporta più né analisi edulcorate né ricette di corto respiro. Non è aggiustando la rotta che si salva la nave, ma scegliendo una rotta opposta. Il Pd, anche in forza del successo alle ultime europee, che gli consegna un ruolo di traino nella famiglia dei socialisti e democratici, può e deve assumere una iniziativa costituente.

Il PD è casa nostra non solo perché abbiamo contribuito a fondarlo, ma perché crediamo in questa funzione storica, che è chiamato a svolgere in Italia e in Europa. Noi lavoriamo per costruire un Pd più grande e più forte, nella grande famiglia del socialismo europeo, più democratico e partecipato, più radicato nel territorio e nella società, più innovativo e più riformista.